Tra le arcate dell’anfiteatro di El Jem, lo sguardo viene attirato da incisioni che sembrano ripetersi senza un ordine preciso. Alcune sono piccole e quasi consumate, altre occupano interi blocchi di arenaria. Hanno forme curve, impugnature appena accennate e linee che ricordano simboli più che oggetti reali. Compaiono accanto a nomi, lettere arabe, segni geometrici e fori lasciati dai proiettili, come se la stessa superficie fosse stata utilizzata per secoli da persone diverse.
Non appartengono alla decorazione romana. Eppure sono troppo numerose per sembrare casuali.
Le strane lame osservate da Tissot
Nel 1853 il diplomatico e archeologo francese Charles Tissot raggiunse il primo piano dell’anfiteatro per esaminare alcune iscrizioni incise tra le arcate. Avvicinandosi alle pietre riconobbe, accanto ai caratteri arabi, figure che descrisse come pugnali dalla lama ricurva, talvolta sormontati da una forma simile a una mezzaluna.


Li chiamò kandjar, usando una trascrizione ottocentesca di khanjar, il nome attribuito a diverse tipologie di pugnale diffuse nel mondo arabo e islamico. Tissot si accorse inoltre che lo stesso motivo compariva in altri punti dell’edificio, anche lontano dalle iscrizioni che stava studiando.
Le incisioni non sembravano opera di una sola persona. Alcune avevano solchi profondi e regolari, altre erano più rozze, forse copiate da un modello già presente. Un gruppo di tre lame vicino a una colonna appariva particolarmente irregolare, come se qualcuno avesse tentato di ripetere un simbolo conosciuto senza possedere la stessa abilità di chi lo aveva tracciato prima.
Un monumento abitato e assediato
La patina più chiara dei solchi permise a Tissot di escludere un’origine romana, ma non di stabilire una data precisa. La vicinanza con alcune scritte arabe suggerisce che almeno una parte delle incisioni appartenga alla lunga fase islamica o beylicale dell’anfiteatro, forse tra il XVIII e il XIX secolo.
In quel periodo El Jem non era soltanto una rovina archeologica. Le sue gallerie erano state trasformate in abitazioni, depositi e rifugi; le mura continuavano a funzionare come una fortezza naturale e offrivano protezione a soldati, ribelli e popolazioni in fuga. La grande breccia che interrompe la facciata sarebbe stata aperta dall’artiglieria proprio per rendere l’edificio più difficile da difendere.
È quindi possibile che quei segni siano stati lasciati da uomini che vivevano o combattevano all’interno dell’anfiteatro. Il pugnale poteva rappresentare un’identità, un’appartenenza oppure il controllo simbolico di uno spazio. Accanto ad alcune lame compaiono infatti brevi iscrizioni che sembrano firme, mentre altre figure rimangono completamente isolate.
Firma, minaccia o protezione?
Un’arma incisa nella pietra non indicava necessariamente violenza. Il khanjar poteva esprimere coraggio, prestigio e autorità, ma anche assumere un valore protettivo. Ripeterne l’immagine sulle pareti di una fortificazione poteva significare affidare quel luogo alla forza simbolica della lama.


Rimane però un’ipotesi. Le incisioni sono troppo differenti per formare una composizione unitaria e nessuna scritta ne spiega direttamente il significato. Potrebbero essere firme personali, emblemi di gruppi armati, segni talismanici oppure semplici imitazioni lasciate da chi aveva visto gli stessi pugnali altrove nell’edificio.
Tissot riuscì a riconoscere le armi, a distinguere mani diverse e a intuire che appartenevano a una fase successiva della storia di El Jem. Non riuscì però a rispondere alle domande più importanti: chi le incise, quando cominciarono a comparire e perché lo stesso motivo venne ripetuto tante volte.
Le lame sono ancora lì, sparse tra archi e scale, perfettamente visibili ma prive di un autore. Un segno ostinato, lasciato da qualcuno che volle essere riconosciuto senza consegnare alla pietra il proprio nome.
